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A-Journal / issue #0
un progetto di Archiviazioni

A cura di Giusy Checola e Pietro Gaglianò
Redazione: Giusy Checola, Pietro Gaglianò, Diego Segatto
152 pagine – versione italiano / inglese
Grafica editoriale: Diego Segatto

ISBN: 978-88-909398-0-8

Stampa digitale su richiesta a info@archiviazioni.org
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Contributi di: Federico Bacci, Angelo Bianco, Giusy Checola, Leone Contini, Gaetano Cunsolo, Valentina Dessì, Fare Ala, Pietro Gaglianò, Lucia Giardino, Bernardo Giorgi, Daniele Guadalupi, Fritz Haeg, Rosa Jijon, Terry Kurgan, Lab.Pro.Fab., Ilaria Lupo, Juan Pablo Macias, Zen Marie, Ilaria Mariotti, Paolo Mele, Marialuisa Menegatto, Marlon Miguel, Museo delle Migrazioni di Lampedusa e Linosa, Kalliopi Nikolou, Paolo Parisi, Maria Pecchioli, Alessandra Poggianti, Katiuscia Pompili, Susanna Ravelli, Diego Segatto, Mirko Smerdel, Marina Sorbello, studio203, Stefano Taccone, Enrico Vezzi, Adriano Zamperini

A-Journal è uno spazio editoriale che ospita contributi testuali e visivi di artisti, curatori, architetti, teorici e attivisti, pensato come piattaforma di ricerca e confronto sulla relazione tra arte e pubblico dominio in Italia e nel bacino mediterraneo, in dialogo con contesti europei ed extraeuropei dove simili problematiche, tensioni e necessità continuano a generare percorsi sperimentali dell’arte nella sfera pubblica.
Nel Sud d’Italia, area in cui opera principalmente Archiviazioni, stanno prendendo forma progetti e percorsi artistici e interdisciplinari tesi a stimolare uno spostamento verso una visione più consapevole del ruolo centrale che gli individui e la collettività possono giocare nella gestione e nella creazione dello spazio pubblico, accompagnati da una ritrovata necessità di approfondimento storico-critico dell’arte e della cultura a Sud come forma politica di protesta e di vita sociale, a partire dagli anni Sessanta ad oggi.

Tali percorsi rispondono ad una domanda crescente di cambiamento socio-culturale, politico ed economico, che nelle sue diverse accezioni e dimensioni, si sta materializzando nelle proteste di massa dal Medio Oriente, attraversando il Maghreb fino al Sud America.
La necessità di una diversa narrazione del contesto e della sua storia culturale, sociale e politica, alternativa a quella riduttiva e omologante del marketing turistico o di una politica di tipo coloniale, rispondono altresì alla necessità di un’analisi delle forme immaginative e cognitive di assoggettamento delle biodiversità culturali e ambientali, che portano all’impoverimento della nostra capacità psicologica e fisica di sopravvivere alle crisi dei sistemi, a cui Fritz Haeg oppone la pratica sulla cultura domestica dell’ingegnosità umana del Domestic Integrity Field, il tappeto che ha prodotto nel 2012 nella masseria di Pollinaria, in Abruzzo.

Così come il crescente numero di progetti a carattere partecipativo ed esperienziale nel Sud d’Italia, risponde alla necessità di “stare” tra le identità e coabitazioni complesse e nei dualismi che derivano dal suo essere luogo situato tra il senso di appartenenza culturale e geografico al bacino Mediterraneo e l’essere parte della mappa politica del cosiddetto “primo mondo”. A questo passaggio il testo di Ilaria Lupo, artista italiana residente a Beirut (Libano), aggiunge la riflessione sulla condizione dell’essere geograficamente relativo, che “ci condanna a essere tutte e nessuna delle definizioni di noi che ci camuffiamo in segni geografici cercando di evadere la nostra instabilità”.

A-Journal / issue #0 è esito di Diaphasis, unità editoriale mobile che Archiviazioni ha allestito in occasione del programma di residenza Corniolo Art Platform 2012. Artisti, curatori e esperti di altre discipline che lavorano sul o nel Sud d’Italia si sono riuniti per elaborare forme di collaborazione e di cooperazione regionale. A-Journal #0 raccoglie le diverse voci attive intorno alla sperimentazione teorica e pratica su arte, spazio pubblico e pubblico dominio, come luogo di documentazione, monitoraggio, ricerca e progettualità e come loro strumento di diffusione.

La relazione dei linguaggi contemporanei con la sfera pubblica, con il paesaggio immateriale costituito da tensioni, necessità, tradizioni, pulsioni identitarie e autenticità in divenire, ugualmente animate da attori che di consueto sono estranei al sistema dell’arte, rappresenta l’estremo tentativo di sottrarre l’esito della creazione artistica alle regole imposte dalla mercificazione dell’opera, come scrive Pietro Gaglianò. Ma non sempre la relazione tra arte e pubblico dominio si traduce in anti-mercificazione tanto dell’opera quanto del linguaggio e della pratica stessa, così come non sempre – fa notare Stefano Taccone – “i bisogni dell’arte corrispondono a quelli dei società”. A volte si traduce anche nella riduzione del concetto stesso di Arte Pubblica, come scrive Angelo Bianco, dove la componente artistica-estetica è “solo una delle varie sfaccettature che compongono questa pratica culturale interdisciplinare” e dove “l’inscindibilità netta delle sue componenti – dove inizia e finisce l’estetica, dove l’urbanistica, dove il sociale e dove l’architettonico, la rendono così complessa e stratificata da essere soggetta a diversi processi di riduzione dipendenti da dove si posiziona la sua lettura”.

In un bilanciamento, costantemente da aggiornare e rivedere, tra queste molteplici tensioni, si definisce negli ultimi tempi la necessità di codificare, secondo le strategie culturali ma anche politico ed economiche attuali, i processi di comunicazione aperti alla società dagli anni Sessanta attraverso un linguaggio comune, che unito all’importanza di raggiungere ampi network sociali e professionali, ha portato alla formulazione di vari modelli collaborativi, dove spesso la pratica artistica e quella curatoriale convergono, nella realizzazione di mostre collettive, progetti di tipo partecipativo, modelli pedagogici alternativi e community based art projects (Giusy Checola). Da qui parte la ricerca sulla ridefinizione radicale del linguaggio come quella elaborata da Campus in Camps, programma di formazione sperimetnale in corso al Dheisheh Refugee Camp (Palestina), di cui Diego Segatto analizza la metodologia e gli immaginari culturali e simbolici, attraverso forme di “conoscenza in divenire che non vuole fare altro che ridefinire i contenuti della conoscenza stessa adattandoli alle esigenze e alle urgenze del momento”.

In una sezione intitolata Ricognizioni, A-Journal #0 comprende anche alcuni interventi di studiosi, artisti e attivisti che non hanno partecipato a Diaphasis ma che presentano progetti ed elaborazioni testuali sulle esperienze legate allo spazio pubblico e al senso del luogo, come quello sullo spazio atrofizzato elaborato dopo il G8 di Genova da Adriano Zamperini e Maria Luisa Menegatto, psicologo sociale e psicologo clinico e di comunità, che affianca l’immagine del Tayyipoly, il Monopoli rivisitato da un attivista turco all’indomani delle proteste di Gezi Park. Il testo spiega come i luoghi esprimono la loro forza, e come “tramite una geografia dell’inclusione e dell’esclusione esprimono valutazioni, impongono attività, tratteggiano identità” (da Cittadinanza ferita e trauma psicopolitico. Dopo il G8 di Genova: il lavoro della memoria e la ricostruzione di relazioni sociali, Napoli, Liguori, 2011). Leone Contini si chiede se sia “forse proprio la coabitazione tra diversi il combustibile della violenza dal momento in cui decade il contratto sociale”, ossia un’alleanza bio-politica tra comunità, un “contratto costruito sul corpo”, che “dà accesso ad un’identità ibrida ma allo stesso tempo codificata”. L’artista ecuadoregna Rosa Jijon affronta le definizioni del luogo rivisitando criticamente il concetto di “locale”, come la forzosa applicazione di un paradigma a un sistema più complesso di quanto la semplificazione del “globale” possa fare intendere, in una dimensione quasi onirica, nella zona più a Sud che si possa immaginare: l’Antartide.